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YOGA

Yama, l'astenersi

E' arrivato il momento del terzo appuntamento con le Otto Membra di Patanjali spiegate da Tess Privett.

People
sabato 22 marzo 2014 11:45

(Foto di Antonio Cipriani)
(Foto di Antonio Cipriani)

di Tess Privett

Si dice "astenersi", e qui già la gente comincia a girare gli occhi al cielo. Perciò prima che smettiate di leggere vorrei sottolinearvi che l'astensione qui non è nel significato "religioso" della parola (tantomeno in quello politico). Non c'è nessuna dottrina o giudizio morale da Patanjali. Non ci sta dicendo (ad esempio) "Non mentire! Se menti vai all'inferno, vergognati e pentiti!" Ci sta dicendo che se siamo un po' più onesti, probabilmente vivremo meglio. Nessun giudizio, solo un consiglio pratico.

E questo è il punto: il (per esempio) mentire di meno, "di meno". Patanjali non dice "dì sempre la verità" o "fai sempre del bene agli altri"; non lo dice perché sa che sarebbe controproducente. Ha capito l'importanza dei piccoli passi, del valore delle ripetizioni nel tempo per "scrivere la nostra traccia alternativa nella neve (Vedi articolo Part Two). Sa bene che la forza di volontà non può far sì che di colpo ci svegliamo trasformati in una persona che fa sempre del bene e non mente mai. Invece ci svela che c'è qualcosa di miracoloso nel "fare un pochino di meno". Adesso è diventato il mio mantra prima di fare le mie solite cavolate. Perciò lo dico molto ma molto spesso. Questo è l'ingrediente speciale, perché ci fornisce il nesso tra l'astenersi e il chiamare il testimone/l'osservatore. Le due sono per me intrinsecamente correlate.

Appena mi dico "posso avere un pochino di meno di questo caffè/bicchiere di vino/persona/check del email?" voilà! Ecco il testimone. Ma come abbiamo detto prima, il nostro testimone porta sempre con sé la tranquillità. All'inizio, e in base a quanto siamo "agitati", potrebbe arrivarci solo per qualche breve secondo ma poi man mano che pratichiamo, dura un po' di più, o torna più spesso. Come un ospite a casa nostra, facciamolo sentire ben voluto, accolto, prestiamogli attenzione e interesse.

Un esercizio per svegliare il testimone. Quando siamo sdariati sul nostro tappetino yoga (o in letto per quelli più stile Lebowski) seguiamo mentalmente il nostro respiro. Appena slittiamo con l'attenzione via dal respiro proviamo ad accorgercene. E ritorniamo di nuovo al nostro respiro. Fino alla volta successiva quando il "cucciolo scatenato" che è il nostro bagaglio mentale, prova di nuovo a saltare fuori di "qui". Noi semplicemente notiamo questa dinamica. Chi è a notarlo? Di certo non il cucciolo. È come se qualcuno stesso guardandoci da fuori. Chi? Il famoso testimone. Se riusciamo a chiamarlo sul tappetino, riusciremo, un po' alla volta, a farlo in situazioni più stressanti: a lavoro, alle poste, in auto, con i nostri genitori, con i nostri figli (quando avremo praticato un bel po'!).

Diane Rizzoli nel suo bel libro "Svegliati a ciò che fai!" parla di una trapezista sulla sua altalena che prendendo il ritmo và sempre più in alto, più in alto, un po' alla volta più in alto. Poi lascia la presa. Rimane per un attimo come sospesa in aria. Galleggiando. C'è un momento di "stillness", di sospensione. Dianne chiama questa pausa il "punto morto". Un punto di enorme potenza. Lei dice che ci ritroviamo spesso in preda delle oscillazioni della vita, e tendiamo subito ad aggrapparci al nostro solito comportamento, la nostra "altalena" abituale che ci fa sentire sicuri. Sicuri, amati, fuori pericolo... Lei suggerisce che in quel "momento morto" abbiamo invece la possibillità di cambiare direzione, di pensarci e di tentare qualcosa di diverso. È questa sospensione che permette al testimone di entrare in scena. Lui/lei è il ponte tra un pensiero e l'azione che segue. Forse quella nuova. Utile!

Credo che se riusciamo a mettere in azione solo questa membra degli 8 di Patanjali (i Yama) cominciamo a vivere in pieno la nostra potenza.

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