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TRAVEL

Camilo Cienfuegos

La prima tappa del racconto di viaggio a Cuba. Ogni puntata un eroe della rivoluzione accompagna sguardo e parole di Manuela Iannetti.

MANUELA IANNETTI
mercoledì 1 agosto 2012 11:21

Foto di Manuela Iannetti
Foto di Manuela Iannetti

di Manuela Iannetti

Buio, caldo, umidità.

Tre parole per una sensazione. La prima. Respiro profondamente ma l'aria sbatte contro di me con qualcosa di fisico, nella notte tropicale. Non dormo da quasi venti ore, ho addosso l'odore di Air France e nelle orecchie il rumore dei motori, che accompagna il ritmo delle mie sinapsi rallentate.

Negli occhi ho un arabesco, nero, trasparente. La prima immagine dopo l'atterraggio me la regalano le calze velate di una hostess di terra. Mi colpiscono perché non c'è nulla di elegante in quelle gambe, né qualcosa di vagamente occidentale nel portarle così naturalmente. Sopra le calze c'è una divisa, è verde smeraldo. Come imparerò presto, non c'è moda, a Cuba. L'ingresso nel paese corrisponde all'uscita dal mondo occidentale quale io lo conosco, nella mia testa. E ingresso e uscita sono separati dalla barriera dell'immigrazione, 20 cubicoli schierati uno di fianco all'altro come una potenza di fuoco, una linea di mischia.

Siamo in centinaia ma tutti pazientiamo, in file improvvisate. Bivacchiamo, per stanchezza e senso di imponderabilità. Ore fatte di innumerevoli minuti. Pare che ci fotograferanno, dicono le mie due compagne di viaggio. Mi sento un po' così... Ogni ingresso e uscita mi sembrano un esame a cui si deve arrivare preparati. E io non so se lo sono, se si possa dire di esserlo, mai o qualche volta.

Nell'attesa infinita di minuti pazienti, chiamo Christina, ma una voce mi dice che in questo momento non può ricevere telefonate. Quindici ore fa mi sarei preoccupata di questa seccatura. Adesso, il fatto di avere un appuntamento con una sconosciuta nel cuore della notte in una città da 2,5 milioni di abitanti, mi lascia vagamente indifferente. Ho un sonno pazzesco, fame e sete azzerate, e poi dobbiamo cambiare i soldi, prendere un taxi, capire quelli che sono legali e quelli che non lo sono, arrivare nel quartiere. E prima mi devono fotografare e intanto aspetto. Da oggi e fino a quando potrò, farò una sola cosa alla volta. Qualcuno provvederà al resto e sento che è un buon pensiero.

Sono le tre di notte, nel mio fuso mentale, ormai abbiamo quasi fatto il giro dell'orologio. Qui è buio davvero, e nello stanzino dietro il bagno vedo il primo poster di Fidel. Fa un po' effetto, il primo che scorgi, poi diventa come i crocefissi nelle aule di scuola: sai che ci sono, ma non li vedi più.

Finalmente arriva il mio turno. Ripasso mentalmente la lezione, ma non ce n'è bisogno: mi sorridono, imprimono il mio volto in chissà quale archivio, timbrano la mia tarjeta turistica e buonas tardes a tutti. Il mio zaino è talmente impacchettato che nessuno si sogna di perquisirmi. Si limitano a guardare che ci sia l'etichetta che testimonia la provenienza aerea e poi posso andare.

Al di là della porta c'è il solito trambusto da arrivi e partenze. Il più è fare lo slalom tra le voci assordanti, scovare l'ufficio del cambio e venire dirottati indolentemente su un taxi-pulmino, che ci scorta in città.

La strada per la Ciudad de La Habana è immersa in una notte fioca; accanto a noi qualche sagoma di auto d'epoca, pullman stracolmi, stazioni deserte. Non so dove sono, non so dove sto andando, né a casa di chi. Ma credo di stare bene. Il taxista tace, la musica è spagnola ma in qualche modo conosciuta.

Passiamo di fronte a un grande slargo, almeno così sembra, perché non si vede quasi nulla, tranne il profilo illuminato di Che Guevara.

Plaza de la Revolución.

Il taxista ha parlato. Evidentemente non è uno che si perde in chiacchiere.

Accanto a Che Guevara c'è una gigantografia alta uguale, con uno che ha tutta l'aria di essere Bin Laden. Ma è solo il profilo, e qui non sono musulmani, e tanto il taxista non risponde, per cui mi tengo il mio dubbio. Imparerò ad ammirare quel volto, e a ridere delle vie associative che il mio cervello sceglie, ignaro ancora di essere in un luogo dove la storia è storia solo degli ultimi 70 anni, e il prima e il resto chi lo sa.

Il tassista non sa bene l'indirizzo, nel senso che non sa arrivarci. Chiede ripetutamente, persino a due che vanno su un risciò, e a noi non sembra un buon segno. Invece è normale, e i "biciclettisti" sono ottime guide, perché tortuose sono le strade di Centro Habana. Quando arriviamo non facciamo in tempo a scendere dal taxi che ci rificcano dentro: Christina, dal balcone, ci saluta agitando la mano e mostrando con un cenno muto del capo che la situazione è sotto controllo. Ora nel taxi c'è anche Luis. andremo a casa sua, per stanotte. Bueno, bueno. Hola chicas, buenas tardes.

E vabbè. Andiamo da Luis. Son qui per conto di un catanese conosciuto su internet con cui ho parlato una volta per telefono. Figuriamoci se mi scompongo dopo ventitré ore di veglia se non dormo a casa di Christina. Che tanto mica la conoscevo, poi.

Forse il taxi ha i finestrini anneriti, ma la città mi sembra deserta, fantasma. Credo sia l'effetto del sonno che scende e che rende tutto un po' annebbiato. Come in quella pellicola dove Al Pacino fa il commissario di polizia e lo mandano al nord, e lui soffre di insonnia e tutto il film, quando ci sono le soggettive, è virato sul rosso, con i contrasti vividissimi, fino a percepire ogni singolo particolare delle stoffe, degli alberi, dei pavimenti, ma senza visione di insieme. Particolari senza contesto, neuroni concentrati sull'essenziale, antinebbia vicino alle ruote per fare i metri necessari e non uno di più.

La Habana però è davvero scarnificata. Non so dove siamo capitate, ma quando scendiamo ci sono bambini che giocano davanti alla porta, sotto la luce di lampioni a basso consumo. L'asfalto è sconnesso e sommerso dalla polvere. È buio, ma è anche illuminato e la sensazione è come di una luce depotenziata.

Finalmente entriamo. Martha ci accoglie in una casa dal soffitto altissimo. Ci sono due pappagalli, la tv accesa, un soggiorno modesto. Luis ci fa strada nel retro. Non ho capito se lui e Martha abitino insieme, forse no, forse a La Habana sono tutti parenti. La casa di Martha ricorda quella della nonna della mia amica leccese. Una casa in lungo, verso l'interno, con l'uscio proprio sulla strada.

La camera è piccolissima. Matrimoniale e lettino, due metri al massimo di soffitto. Soffocante. Il bagno è privato, ma è fuori dalla stanza. Tanto l'acqua non c'è, per cui devi comunque chiamare Martha tutte le volte.

Non importa, a me basta che abbiamo un tetto sopra la testa, e una specie di balcone da cui far passare dell'aria. Però è interno cortile, e noi siamo al piano terra. Abbiamo un attico al contrario, penso. Una tromba delle scale a cielo aperto, da cui arrivano suoni, rumori, risate, profumi.

Luis è battagliero. vuole portarci a mangiare l'aragosta, vuole sapere dove vogliamo andare domani, a chi deve telefonare. È un po' insistente, o forse sono io che lo sento incombente. Vorrei dirgli che non è per lui, ma dopo ventitré ore di veglia, due aerei, tram, auto, taxi, navette, diecimila chilometri, zaini in spalla, dodici ore di voli complessivi e almeno otto ore (che non si sa mai) tra uno scalo e l'altro nel gate parigino... siamo un po' provate e che vorrei vedere lui al nostro posto, sbarcare per esempio a Milan.

Ma non lo dico. Lui non è scortese, è solo stupito che non siamo organizzate e che così lui non potrà aiutarci. Domani lavora. Perché non vogliamo approfittarne?

Alla fine ci facciamo accompagnare a comprare almeno dell'acqua. Io sento i morsi della fame, ma non c'è nulla intorno, né saprei peraltro dove andare: fino a ieri sera lavoravo e compilavo report sintesi e prospetti, il tempo di leggere la guida non l'ha avuto nessuno. Meglio così. Sarà scoprire le cose passo passo.

Cerchiamo di capire come si possa telefonare, ma Luis insiste che vuole telefonare lui. Non ho voglia di dirgli che quando lui non ci sarà noi potremmo lo stesso avere bisogno di farlo; o forse lo dico, ma lui non si offende. Ha i baffi sottili e un profumo dolce.

Compriamo l'acqua, tra un gruppetto di ragazzi e di ragazze che chiacchierano di fronte a un piccolo bancone. Per un attimo sembra di stare a casa. Provo lo stesso imbarazzo di quando passo tra due ali di sconosciuti.

Luis ci riaccompagna, Luis ci saluta. Martha scompare, ma la televisione resta accesa. Non capisco cosa trasmettano, ma sembra che lo guardino tutti, in tutte le case. È l'unica luce che proviene dall'interno degli edifici. Mi accascio. Siamo di poche parole. Ipotizziamo un itinerario di massima per domani, facciamo dichiarazioni di intenti e ci spegniamo, lentamente. Faccio fatica a parlare, non ho nemmeno la forza di spogliarmi ma so che sono arrivata, e sono felice. Acqua, casa, letto. Apro la finestra per fare entrare la prima notte tropicale, il profumo di pane, le voci della strada.

Domani leggeremo la cartina. Domani sapremo.

Domani.

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