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SCRITTURA

Sorry for Brussells e il bimbo in balìa della mediocrità dei media

Quale bestie pensano sia bello e commuovente un ragazzino col braccio ferito che chiede scusa per un atto criminale di terroristi a 2mila chilometri di distanza? [Antonio Cipriani]

People
mercoledì 23 marzo 2016 19:23

di Antonio Cipriani

Ci ho pensato e ripensato. Da quando ho visto la foto del bimbo di Idomeni che innalzava un cartello con scritto "Sorry for Brussells" un'indignazione mi corre feroce nel sangue. Poi nell'apologia assurda della foto vissuta con commozione dai social, come un gesto che umanizza un popolo intero (ma quale?), evidentemente colpevole in toto, attraverso gli occhi sgranati del piccolino ferito, mi sono cadute le braccia. Come di fronte alla vignetta di Le Monde con la Francia che abbraccia il Belgio con le due date "13 novembre. 22 marzo", e in mezzo puntini di sospensione, come per dire: da Parigi si è passati a Bruxelles. E in mezzo? La scia di sangue delle vittime innocenti appena fuori dall'Europa non conta? Le povere persone che muoiono per il fascismo dell'Europa non meritano un abbraccio, ma solo un cavolo di cartello scritto a penna da un fotoreporter in caccia di scoop? Bravo eh, perché probabilmente quel bimbo non sapeva neanche lontanamente che cosa esponesse. Ma il fotoreporter ha perfettamente interpretato il marketing dell'informazione.

Per questo mi irrito ancora di più. Per la stupidità dell'informazione di fronte a una tragedia. Per la pochezza critica dei lettori che si commuovono e non pensano. Di che cosa dovrebbe scusarsi quel bambino? Che animali perfidi siamo se pensiamo che sia bello e commuovente che un ragazzino col braccio ferito, ammassato con altri ragazzini contro un filo spinato della nostra miseria, possa chiedere scusa per un atto criminale di terroristi a 2mila chilometri di distanza. Che cretineria anima i giornali che hanno rilanciato queste scuse senza dire al lettore che si tratta di una puttanata? Quali caporedattori hanno potuto partorire titoli come quello apparso sulla Gazzetta dello Sport: "Le scuse di un bambino al Belgio". Quale ridicolo senso dell'informazione anima questi prodigi?

Ci ho pensato e ripensato. E penso che non serva neanche indignarsi più di tanto con questi pipponi (io l'ho appena fatto...) ma occorre andare in guerra. Con le armi più potenti che abbiamo: diritti, giustizia, rispetto, uguaglianza sociale, sostegno economico per chi ha meno, istruzione pubblica, conoscenza, informazione vera. Abbattendo le frontiere e togliendo agli sfruttatori il potere incontrollato che esercitano contro gli sfruttati. Perché il mondo non si divide certo tra italiani e stranieri, occidentali e arabi, bambini cristiani e bambini islamici, ma solamente tra sfruttati e sfruttatori. Tra chi ha tutto il potere e chi non ha niente, tra chi deve giocarsi la vita per cercare un futuro per i figli e gli sfruttatori che depredano e mandano a morire queste povere persone. Tra chi uccide e chi muore innocente in una metro, in un aeroporto o in una strada in Siria. Tra chi non ha lavoro e futuro e chi sfrutta il bisogno per adescare la povertà, per renderla utile al mantenimento del sistema di ingiustizia globale. Tra chi è indifferente e chi si tira su le maniche.

Recentemente ho sentito una dotta analisi di Emanuele Bevilacqua, direttore di Pagina 99, durante Bellissima Fiera, sul tema: chi ha ucciso i giornali. Lui ha concluso così: non si tratta di un omicidio ma di un suicidio di massa di tutte le componenti che animano il mondo dell'informazione. Ecco, di fronte a questa mediocrità professionale e umana ritengo di dovergli dare ragione. L'incapacità di una generazione di giornalisti cresciuti a pane e social si è andata a sommare all'incapacità di generazioni di servi sciocchi e di potere, di brillantissimi conformisti da salottino che operano al servizio di due o tre padroni che possiedono in questo paese la libertà di stampa. Il suicidio, quindi, è dell'informazione in tutte le sue componenti. Ma stranamente a morire o soffrire sono solo quelli che si muovono fuori dai principi deliranti di questa informazione conformista, padronale e sciocca che, purtroppo, non muore mai.